mercoledì 4 novembre 2026

Serenade - intervista su Secolo XIX

 


Il 28 ottobre il Secolo XIX ha dedicato un articolo alle tre fotografie scattate alle Vele d’Epoca di Imperia selezionate per lo Yacht Racing Image Award 2026. Tra queste c’è anche la mia.

Nell’intervista ho raccontato qualcosa di quello sguardo “anfibio” che mi porta a fotografare a cavallo della superficie: le vele sopra, lo scafo immerso sotto, il mare che entra nella composizione e cambia il punto di vista.

Ritrovare questa immagine sulle pagine del giornale è una bella soddisfazione e un’occasione per condividere anche un po’ della curiosità e del divertimento da cui è nata.

Grazie a Alessandra Chiappori per l’intervista e per avermi inviato la pagina. La conservo qui, come un altro piccolo pezzo di questo viaggio.

Potete ancor votarla qui.


lunedì 2 novembre 2026

mercoledì 28 ottobre 2026

Serenade


Spesso mi chiedete come ottengo immagini come questa. Provo a spiegarvi il modo in cui realizzo queste fotografie Quando lavoro con la GoPro e il dome cerco barche con un’apertura velica che possa dare forma alla parte superiore dell’immagine. La superficie del mare occuperà una porzione importante del fotogramma: sopra quella linea voglio trovare una vela spiegata, una presenza capace di tenere insieme la composizione. È così che ho scelto Serenade, durante le Vele d’Epoca di Imperia. Aveva lo spinnaker aperto e ho chiesto a chi conduceva il gommone di avvicinarsi.

Questa parte del lavoro si svolge durante la preparazione alla partenza. È il momento in cui realizzo le riprese ravvicinate. Con la regata in corso lavoro dall’esterno del campo, spesso nei pressi di una boa, con reflex e teleobiettivo; oppure seguo le imbarcazioni mantenendo la distanza necessaria.

Per fotografare sulla linea dell’acqua, invece, il gommone è fondamentale. Mi permette di portare l’obiettivo quasi al livello del mare e di lavorare da una posizione che, su una barca più alta, sarebbe difficile raggiungere.

Nel momento dello scatto ho fatto fermare il gommone a circa un metro e mezzo dallo scafo. Mi sistemo nella parte centrale, dove riesco ad avvicinarmi maggiormente all’acqua. Tengo il dome con entrambe le mani e mi sporgo dal bordo fino a immergere le braccia.

È una posizione fisica, poco comoda, nella quale devo tenere conto contemporaneamente del mio equilibrio, del movimento del gommone e di quello della barca che sto fotografando. Anche quando il motore si ferma, il mare continua a muovere tutto.

Di solito chiedo di compiere almeno due giri intorno all’imbarcazione. Lavoro sui due lati lunghi: una raffica di dieci fotogrammi da una parte, poi dall’altra, quindi torno su entrambi i lati per ripetere la sequenza. Quattro passaggi, circa quaranta immagini, mentre cambiano la posizione delle vele, la luce e la forma dell’acqua davanti all’obiettivo.

La collaborazione con chi conduce il gommone è parte della fotografia. Io cerco l’inquadratura vicino alla superficie; chi è ai comandi deve interpretare le mie indicazioni e gestire l’avvicinamento. Una volta immersa la GoPro, però, non riesco a controllare sul display ciò che sto riprendendo. Posiziono la cupola, scatto la raffica e aspetto di vedere che cosa è rimasto nei file. 

Il dome permette di includere nello stesso fotogramma ciò che si trova sopra e sotto la superficie, ma basta un’onda per cambiare completamente il risultato. La linea dell’acqua sale, copre la barca, lascia spazio al cielo oppure riempie tutto di schiuma. A volte rimane soltanto la parte sommersa dello scafo: può essere una fotografia interessante, ma è un’altra immagine rispetto a quella che sto cercando.

In una raffica di dieci fotogrammi posso trovarne tre buoni, magari uno veramente buono. In quella successiva posso scartarli tutti. Ripetere il passaggio serve a costruire altre possibilità. Ogni volta provo a ritrovare quel rapporto tra vele, superficie e scafo, sapendo che il mare lo modificherà ancora.




Poi comincia un lavoro diverso: scegliere.

Per questa fotografia la scelta è stata lunga. Avevo altre immagini alle quali ero legato, alcune con un’azione velica più evidente, altre più ricche di elementi. Il confronto con altri sguardi mi ha aiutato a riconoscere la forza di questo fotogramma: la curva dell’acqua, la vela e la sagoma scura dello scafo costruiscono una struttura leggibile, che rimane impressa.

Quando hai realizzato una fotografia ricordi anche lo sforzo per ottenerla, le condizioni in cui lavoravi e ciò che stavi cercando. Durante l’editing devi tornare a guardare quello che effettivamente c’è nell’immagine.

In questa ho trovato l’equilibrio che cercavo tra la barca e il mare. La superficie lascia vedere abbastanza dello scafo e, nello stesso momento, conserva la presenza delle vele. Per una frazione di secondo, le due parti convivono.

È il fotogramma che ho inviato al Pantaenius Yacht Racing Image Award 2026 e che la giuria internazionale ha selezionato tra le 80 immagini di quest’anno.

La fotografia è consultabile nella pagina ufficiale del concorso, dove fino al 14 novembre è possibile esprimere una preferenza per il premio del pubblico.


 

lunedì 26 ottobre 2026

Manuel Boni





Manuel Boni - Sanremo - 2024

 

domenica 25 ottobre 2026

Premio Tenco 2026

 


Anche quest’anno il Premio Tenco è stato soprattutto questo: ore trascorse tra incontri, prove, concerti, parole e musica. La possibilità di vedere e fotografare tanti cantautori e musicisti, ascoltare giornalisti e persone che da anni raccontano la musica italiana, incontrare volti conosciuti e scoprirne di nuovi.

Ma il Tenco, per me, è anche ciò che accade intorno al palco.

Sono stati quattro giorni condivisi con tanti amici fotografi, con cui dividere la fatica, le attese, gli spostamenti continui, le corse per trovare il punto giusto, qualche imprecazione e quella stanchezza che, arrivati alla fine, diventa parte del ricordo.

Perché fotografare una manifestazione così significa certamente portare a casa delle immagini, ma significa anche viverla. E viverla insieme agli altri.

Quest’anno, poi, il Tenco ha segnato anche un piccolo pezzo di storia. Per la prima volta il Premio Tenco alla carriera è stato assegnato a un rapper: Frankie hi-nrg mc. Un riconoscimento che dice qualcosa non soltanto della sua storia artistica, ma anche di quanto siano cambiati nel tempo i confini della canzone d’autore. Ritmo e parola, dopotutto, possono percorrere strade molto diverse.

E forse questa fotografia è un buon modo per chiudere questi quattro giorni: Frankie hi-nrg mc sul palco dell’Ariston, quasi sommerso dalla luce.

Io, dall’altra parte dell’obiettivo, stanco morto. Ma molto felice di esserci stato.