lunedì 5 ottobre 2026

Workspace






Da tempo avevo un problema molto semplice: la mia attrezzatura fotografica era sparsa tra zaini, trolley, scatole, cassetti e ripiani. Nulla di drammatico, ma ogni volta che dovevo preparare un’uscita iniziava una piccola caccia al tesoro.

Una batteria da una parte, un flash dall’altra, il 70-200 in una borsa, la GoPro in un’altra. E soprattutto una stanza che, lentamente, era diventata più un deposito che uno spazio di lavoro.

L’idea è nata quasi per caso, vedendo il video di una fotografa americana che aveva trasformato un carrello porta attrezzi in un archivio per corpi macchina e obiettivi. La soluzione mi era piaciuta subito: cassetti robusti, tutto visibile, tutto raggiungibile in pochi secondi. Per qualche giorno ho pensato anch’io di acquistare un vero carrello da officina. Ho guardato modelli, misure, prezzi, immaginato configurazioni diverse. Poi mi sono reso conto che forse avevo già in casa quasi tutto quello che mi serviva.

La protagonista è diventata così una vecchia cassettiera metallica rossa a tre cassetti. Robusta, profonda, chiudibile a chiave e, soprattutto, già mia. (Sono sempre ligure!) Ho rivestito il fondo dei cassetti con un tappetino morbido antiurto, sagomato a misura, e ho diviso il materiale seguendo una logica molto semplice. Nel primo cassetto sono finiti i corpi macchina e le fotocamere che utilizzo più frequentemente: reflex, mirrorless, compatte, GoPro, Insta360 e anche la Polaroid, che in realtà esce molto più raramente. Il secondo è dedicato alle ottiche e ai flash: il 16-28, il 70-200, i piccoli flash e quello più grande, insieme alle relative custodie. Nel terzo ho raccolto tutto il resto: batterie, supporti, accessori, materiale per la pulizia, tappi, piccoli strumenti e tutto quello che normalmente tende a disperdersi in mille posti diversi.

Accanto alla cassettiera ho montato un piano di lavoro molto semplice, appoggiato su due cavalletti. Non è una scrivania: quella esiste già, dall’altra parte della stanza. Questo piano ha una sola funzione: preparare lo zaino. Lo appoggio, apro i cassetti, scelgo quello che mi serve per il lavoro che sto per fare e preparo il corredo. Al ritorno, il percorso si ripete al contrario.

Sotto il piano trovano posto i due trolley fotografici e alcune scatole trasparenti con il materiale meno utilizzato. Gli zaini rimangono immediatamente accessibili. Poco distante ho mantenuto una stazione di ricarica separata, con tutti i caricabatterie già collegati: Canon, Fuji, GoPro, action cam e tutto il resto.

Probabilmente farò ancora qualche modifica. Vorrei aggiungere una barra LED sotto il mobile superiore, magari ricaricabile, per illuminare meglio il piano di lavoro. Forse sostituirò in futuro i tappetini con qualcosa di più specifico per l’attrezzatura fotografica.

Ma per ora preferisco usarlo.






lunedì 28 settembre 2026

lunedì 21 settembre 2026

lunedì 14 settembre 2026

Randy Brecker

 




Randy Brecker - Sanremo - UnoJazz&Blues - 2024

lunedì 7 settembre 2026

Vele d'epoca - 2026

Sono sceso da poco da uno dei gommoni riservati alla stampa e i lividi sulle braccia e sulle gambe sono ancora freschi. Da terra non si immagina quanto possa essere fisico fotografare una regata dal mare. Quando il gommone prende velocità sulle onde, salta e ricade continuamente; e chi fotografa raramente può permettersi di restare seduto comodo e ben saldo. Ci si alza, ci si sporge, si cambia lato, una mano protegge la macchina fotografica mentre il corpo cerca come può di assorbire il colpo successivo. Prima o poi un ginocchio incontra una seduta, un fianco la consolle, un braccio qualunque parte del gommone si trovi sulla sua traiettoria. Il corpo, in qualche modo, paga il punto di vista.

Anche quest’anno, alle Vele d’Epoca di Imperia, ho cercato soprattutto quel punto di vista: pochi centimetri sopra e sotto la superficie del mare. Nel linguaggio della fotografia subacquea queste immagini vengono chiamate over-under o split shot, fotografie divise tra il mondo emerso e quello sommerso. Ma le mie non rispettano sempre una separazione così ordinata. A volte l’acqua attraversa l’inquadratura, curva l’orizzonte, deforma una vela o nasconde quasi completamente una barca. Più che una tecnica, negli anni è diventato per me uno sguardo anfibio: uno sguardo che non appartiene del tutto né all’aria né all’acqua, ma rimane sospeso sulla soglia fra le due.

Naturalmente ho fotografato anche in banchina e seguito le regate con un’attrezzatura più tradizionale, la reflex e il teleobiettivo. Ma ormai il mio marchio di fabbrica è un altro: una GoPro racchiusa nel dome e immersa dal bordo del gommone, mentre provo ad anticipare per pochi istanti l’incontro tra la superficie e le vele.

Da alcuni anni non cerco più soltanto di fotografare le barche. Cerco di lasciare che sia il mare a riscriverle. Lo scafo si sdoppia, la vela si spezza, la linea dell’acqua diventa una lente mobile. Il mare smette di essere lo sfondo della regata ed entra nell’immagine come soggetto, filtro e materia.