Ho fotografato Carlin Petrini diverse volte negli anni.
In contesti pubblici, incontri, manifestazioni, momenti ufficiali.
Perché dentro questa immagine c’è forse il senso più autentico di ciò che ha rappresentato: il cibo come relazione, come cultura, come dignità, come gesto collettivo. Non come consumo.
Carlin aveva una capacità rara: riusciva a parlare di terra, agricoltura, lentezza e comunità senza trasformarle in slogan. Restavano cose concrete e quotidiane.
Per chi, come me, ha attraversato per anni il mondo di Libera, il suo nome non era soltanto quello del fondatore di Slow Food. Era una presenza familiare, un alleato naturale di un certo modo di vedere il mondo: più lento, più giusto, più attento alle persone.
Questa foto oggi mi sembra il modo più corretto per salutarlo.




















