Sono riuscito a fotografare Sonny Rollins una sola volta, nel 2004, al festival di Jazz à Juan.
Erano anni diversi: il digitale era ancora acerbo, le macchine fotografiche lente, incerte, quasi imprevedibili. Fotografare un concerto significava spesso lavorare più d’istinto che di controllo. Si tornava a casa senza sapere davvero cosa si fosse portato via.
Di quella sera, però, ricordo tutto.
La luce scura del palco, il suono enorme del sax che sembrava riempire ogni spazio possibile, il silenzio quasi religioso del pubblico tra un fraseggio e l’altro. Sonny Rollins non dava l’impressione di “suonare”: sembrava scavare dentro qualcosa. Aveva una presenza fisica e musicale difficile da spiegare. Curvo sul sax, quasi chiuso su sé stesso, ma capace di occupare l’intera scena.
Le fotografie riuscite furono pochissime. Tecnicamente imperfette, forse. Ma oggi mi interessa poco. Alcune immagini, col tempo, smettono di essere semplici fotografie e diventano tracce di memoria. Non documentano solo ciò che è accaduto: documentano il modo in cui lo abbiamo vissuto.
E forse è proprio questo che continuo a cercare quando fotografo musica dal vivo: non la perfezione dell’immagine, ma la possibilità che dentro uno scatto rimanga intrappolata una parte dell’intensità di quel momento.