giovedì 4 dicembre 2008

Le panchine di vita di Don Luigi Ciotti



Pubblico una lettera che Don Luigi Ciotti ha inviato a "L'Unità" qualche giorno fa.

"Quando, alcuni mesi fa, il Comune di una città del nord ha deciso di togliere alcune panchine per impedire la sosta di persone che vivevano in strada, mi sono sentito toccato nel profondo.
La storia del Gruppo Abele nasce infatti sulla strada, ma parte proprio da una panchina. Era un medico che non riusciva a perdonarsi di avere sbagliato un intervento, con conseguenze letali per il paziente, la persona che incontrai un giorno 44 anni fa. Un uomo tormentato, che aveva deciso di eleggere a suo domicilio una panchina di Torino, e che quando accettò di farsi avvicinare – aveva un carattere scontroso, difficile – mi fece il regalo di raccontarmi la sua storia per dirmi alla fine: «non preoccuparti per me, so cavarmela, occupati piuttosto di loro... ». E m’indicò dei ragazzi che sostavano di fronte a un bar e che lui sapeva fare uso di droghe, quelle anfetamine che erano gli stupefacenti più diffusi prima dell’ondata dell’eroina negli anni settanta.
Da allora il Gruppo Abele non ha mai smesso di sentirsi provocato dalla strada e da tutto ciò che nella strada vive. Strada come luogo di domande e di bisogni, di fatiche e di ferite, ma anche di possibilità e di cambiamenti. Spazio di una diversità umana, sempre in cammino, che è gemella della varietà della vita. Luogo di persone prima che di problemi, di una complessità da affrontare restando semplici, essenziali, veri.
Ora su questo popolo della strada, che non ha altro posto all’infuori della strada per vivere, incombe una minaccia che si chiama sicurezza. La sicurezza, non mi stancherò di dirlo, è un diritto sacrosanto, ma è un diritto di tutti. Sicurezza è vivere la libertà insieme agli altri, non a scapito degli altri. E’ condivisione di regole in un patto di cittadinanza.
Non è questa, però, la sicurezza di cui tanto si parla. Una sicurezza che emargina, discrimina, ghettizza, crea le condizioni per rigurgiti razzisti, come purtroppo la cronaca recente testimonia. Che alimenta paure e costruisce capri espiatori, distogliendo l’attenzione dalle vere cause dell’insicurezza, l’iniquità di un sistema che demolisce i diritti rendendoci tutti più poveri, più diffidenti, più insicuri.
Ecco allora l’appellarsi alla sicurezza e al “decoro” – sua ipocrita declinazione estetica – per nascondere ciò che sta dietro al diffondersi della paura: un enorme deficit di giustizia sociale. Ecco il repertorio di divieti e sanzioni che non colpiscono ormai più il reato ma la condizione umana, accanendosi sulle persone più fragili, su chi arriva nelle nostre città spinto dalla fame, dalle guerre, e che vede spesso aggiungere al suo carico di sofferenza il peso insopportabile dello sfruttamento e della schiavitù.
Ma non è così che si costruisce la sicurezza. Sicure non sono le città attraversate da muri materiali e culturali. Sicure sono le città che accolgono, che tendono la mano, che si fanno in quattro per ospitare, che fanno sentire lo straniero e il “diverso” loro concittadino, parte attiva e responsabile della comunità. Che sono disseminate di servizi, punti di riferimento, e che certo non progettano di eliminare le panchine. 
Pensiamo a come sarebbe povera una città senza panchine! Perché è luogo di vita, una panchina. Lo è per i tanti immigrati che la domenica si riuniscono nei parchi pubblici e là socializzano, condividono un pasto, organizzano giochi per i loro bambini. Lo è per gli anziani che, sedendo tra il verde, tutelano la memoria della comunità, raccontano e si raccontano riassaporando il senso e il valore dei loro vissuti. Lo è per i ragazzi: pensiamo agli amori di cui le panchine custodiscono gelosamente il segreto. Ai tantissimi giovani che su quelle assi di legno hanno scoperto l’emozione dell’amore, mosso i primi timidi passi di un’educazione sentimentale.
Ma ognuno di noi potrebbe ricordare una panchina sulla quale ha riposato, scambiato parole amichevoli, letto un libro. E ha riflettuto. Perché può essere anche luogo di scoperta, una panchina. Occasione per aprire lo sguardo a quello che a volte non possiamo o vogliamo vedere, dentro e fuori di noi, catturati come siamo da un sistema che sembra privilegiare solo relazioni convenzionali, pensieri superficiali, responsabilità limitate.
Su una panchina siamo stati raggiunti dai volti della povertà e dello sfruttamento, abbiamo constatato come i diritti universali siano ancora oggi troppo spesso carta e non carne, vita delle persone. Ma da una panchina abbiamo potuto anche guardare oltre la strada, riflettere sulle ferite della normalità, sulle solitudini che si annidano nei palazzi, sulle tante fragilità timorose di uscire allo scoperto.
Ecco allora che una panchina, presenza discreta ed essenziale, può diventare il luogo in cui l’io si riconosce come noi ritrova la propria responsabilità e senso di giustizia. E avverte lo stimolo d’impegnarsi in quei piccoli e grandi cambiamenti che maturano quando scopriamo nella relazione con gli altri l’essenza più profonda della vita umana".


Fonte: Il blog di Paolo Borrello

lunedì 1 dicembre 2008

Pubblicazione sul mensile "Il Cenacolo".



martedì 11 novembre 2008

Ieri hanno consegnato la cittadinanza onorario di Torino a Pino Masciari.













Pino Masciari è un imprenditore edile calabrese, nato a Catanzaro nel 1959, sottoposto a programma speciale di protezione dal 18 ottobre 1997, insieme a sua moglie (medico odontoiatra) e ai loro due bambini.

Pino ha denunciato la ‘ndrangheta e le sue collusioni con il mondo della politica.
La criminalità organizzata ha distrutto le sue imprese di costruzioni edili, bloccandone le attività sia nelle opere pubbliche che nel settore privato, rallentando le pratiche nella pubblica amministrazione dove essa è infiltrata, intralciando i rapporti con le banche con cui operava. Tutto ciò dal giorno in cui ha detto basta alle pressioni mafiose dei politici ed al racket della ‘ndrangheta.

Il sei per cento ai politici e il tre per cento ai mafiosi, ma anche  angherie, assunzioni pilotate, forniture di materiali e di manodopera imposta da qualche capo-cosca o da qualche amministratore, nonché costruzioni di fabbricati e di uffici senza percepire alcun compenso, regali di appartamenti,  e acquisto di autovetture: questo fu il prezzo che si rifiutò di pagare.

Fu allontanato dalla sua terra per l’imminente pericolo di vita a cui si è trovato esposto lui e la sua famiglia.

Da allora sono trascorsi undici lunghi anni.

Undici anni vissuti “da deportato” in una località protetta, senza alcuna speciale protezione, senza alcun cambiamento di identità, senza alcuna possibilità di lavoro, nè per lui, nè per sua moglie e con l’esilio perpetuo dalla sua terra a seguito della delibera della Commissione Centrale del Ministero dell’Interno del 28 luglio 2004, che così decide: “ritenuto che sussistono gravi ed attuali profili di rischio che non consentono di poter autorizzare il ritorno del Masciari e del suo nucleo familiare nella località d’origine”.

E’ iniziato un calvario, un vivere senza più dignità e senza diritti.

Nei processi istruiti grazie alle sue denunce, è stato accompagnato con macchine con la targa recante le generalità della località protetta, spesso attraverso viaggi al limite dell’umano. Alle volte, in aula, è stato fatto sedere accanto ai suoi stessi aguzzini.

I giudizi dei Tribunali e le sentenze rilevano che “le dichiarazioni del Masciari sono da sole idonee a fondare un giudizio di gravità indiziaria ed evidenziano l’elevata attendibilità del dichiarante il quale si è determinato a riferire intorno alle vicissitudini al prezzo di un totale sconvolgimento della propria esistenza posto che, a seguito delle accuse mosse, è stato sottoposto allo speciale programma di protezione” ( Nota della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro del 14 ottobre 2000). E così sono fioccate le condanne, nei confronti di esponenti delle famiglie ‘ndranghetiste più potenti e pericolose, ma anche nei confronti di un giudice Consigliere di Stato.

Ora il testimone di giustizia chiede il ripristino dei suoi diritti. Lo sancisce la legge.

sabato 1 novembre 2008

Esce in questi giorni il libro "Torino percorsi nella memoria dei luoghi" a cui ho collaborato come fotografo.

lunedì 27 ottobre 2008

Concerto NO NUKE - Palaisozaki - Torino - 24/10/2008

I gruppi presenti:

Harry Loman:



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Le luci della centrale elettrica:



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Bugo:








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Linea 77:







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Afterhours:





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Subsonica:


















mercoledì 15 ottobre 2008

Pino Maniaci a Torino.

Chi è Pino Maniaci?
E' un giornalista e direttore della televisione comunitaria Telejato, con sede a Partitico in provincia di Palermo. Ha ricevuto innumerevoli intimidazioni da parte della mafia (a gennaio aggredito brutalmente dal figlio di un boss, a luglio la sua auto data alle fiamme) poiché l’emittente, negli anni, si è caratterizzata per la sua opera di informazione orientata alle notizie relative alla criminalità organizzata sovente con toni di denuncia in un bacino d'utenza caratterizzato storicamente dalla forte presenza mafiosa: Alcamo, Partinico, Castellammare del Golfo, San Giuseppe Jato, Corleone, Cinisi, Montelepre. Altri temi trattati sono quelli relativi alla gestione amministrativa, questione ambientale, economia, degrado del clima politico, speculazioni sul territorio.
Nel panorama informativo italiano Telejato si caratterizza per essere il punto di riferimento per redazioni e giornalisti nazionali che ricercano notizie nell'area di operatività dell'emittente (“Ambiente Italia”, “Le Iene”, “Sciuscià”, giornalisti de “L’Unità”, de “Il Foglio”, di “Liberazione”, del “Corriere della Sera”, di “La Repubblica”).





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Pino è stato accompagnato da Tonio Dell'Olio responsabile area internazionale di Libera.




venerdì 3 ottobre 2008

Su Sistema Musica di Novembre 2008, una mia foto.

lunedì 15 settembre 2008

Qualche scatto dalle regate delle Vele d'epoca 2008 di Imperia:











mercoledì 27 agosto 2008

Tornato da poche ore dalla Sicilia...

Ecco Strombolicchio in tutto il suo splendore...

domenica 6 luglio 2008

mercoledì 25 giugno 2008

Ho pubblicato moltissime fotografie su Nuova Società, ho seguito molte inchieste, molti servizi, ma quest'ultimo che è stato inserito nel numero del 15 giugno 2008 mi è particolarmente caro, sia per le emozioni, le tensioni di quel primo giugno 2008, sia per i personaggi e amici incontrati.




venerdì 23 maggio 2008

Il "Mystère de Maurice et Costance"
Spettacolo di Marco Alotto
Fotografia mia


sabato 17 maggio 2008

Stasera si inaugura la mia personale "Harry Loman" presso il Circolo Harry Loman di Torino, in via Governolo, 7
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La presentazione della mostra





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Alcune delle foto in esposizione




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sabato 10 maggio 2008

In questi giorni ricorre il trentennale dell'uccisione di Peppino Impastato, giornalista e attivista di Cinisi (Pa) nella lotta contro la mafia.
Libera Piemonte ha organizzato una serata dedicata a lui e a tutti i giornalisti morti in Italia per il coraggio della loro denuncia.
Sono intervenuti molti personaggi a portare la loro testimonianza, eccone alcuni:

Giancarlo Caselli




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Caselli ha letto alcuni brani sul tema della giustizia, accompagnato al pianoforte da Davide Dileo (Boosta dei Subsonica)



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Lucia Sardo, l'attrice che nel film "I cento passi" di Marco Tullio Giordana interpretava la madre di Peppino, personaggio che continua a recitare in spettacoli per le scuole di tutta Italia per far conoscere questa storia



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E Flavio Oreglio, che ha scritto una canzone per Libera, canzone che sta accompagnando la veleggiata antimafia partita da Sanremo (Im) verso Cinisi (Pa)






martedì 29 aprile 2008

Dopo il successo della Mostra all'Ostello di Rivoli, la mostra su Auschwitz e Birkenau (Fotografie mie e di Claudia Panarello) è stata richiesta per la commemorazione ufficiale del 25 aprile della città di Rivoli.
Alcune fotografie della mostra:






Fotografie di Luna Ambrosino

sabato 26 aprile 2008

Manifestazione del 25 aprile 2008 - Aosta -

Anna - Partigiana di Aosta -




Sempre ad Aosta ieri sera è stata inaugurata una mostra fotografica sulle nuove e vecchie resistenze (durerà tutto maggio) in Piazza Chanoux.
All'interno della mostra 3 mie foto:

Pino Masciari


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Don Luigi Ciotti


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Rosario Esposito La Rossa